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Ricordi e riflessioni di un Socio CAI giunto in prossimità della VETTA

 

Mandato dalla mamma a recuperare la biancheria stesa in solaio, notai, in mezzo a tante cianfrusaglie e vecchi attrezzi da contadino, un baule tutto rinforzato con strisce di lamiera.

Era il 1943 nel pieno della guerra. Frequentavo l’ultimo anno delle Elementari, e come per tutti i giovani la curiosità era grande. Pertanto alzai il pesante coperchio e cominciai a rovistare tra vecchi giornali, strisce di panno grigio verde,vecchi scarponi con grossi chiodi sul tacco e la suola e due strani oggetti di ferro con  tante punte.

Una busta da lettere attirò particolarmente la mia attenzione; subito la aprii trovandovi tante vecchie fotografie in bianco e nero ingiallite dal tempo. La maggior parte rappresentavano dei gruppi di soldati su grandi nevai contornati da cime rocciose, a volte bianche di neve.

In una di queste, pure su un ghiacciaio o un nevaio, ( allora non ero in grado di distinguerli), contornato da alte cime innevate, vi era un gruppo di soldati con il cappello alpino, lunghi sci ai piedi e  fucile a tracolla.

Una forte emozione mi assalì quando, tra essi, notai mio Padre. Già mi aveva  raccontato di aver fatto il militare, negli anni appena dopo la guerra 15-18, a Predazzo, nella Scuola Militare Alpina della Finanza. Però mai avrei immaginato che  fosse salito su quelle alte montagne.

In quegli anni di guerra, dove tutto scarseggiava, le montagne, sulle quali noi ragazzi potevamo andare, erano i monti di casa; principalmente il Palosso. Vi si andava non per divertimento, ma per raccogliere legna, strame ed anche per pascolare capre e pecore. (La loro lana e il latte, erano allora preziosi). Tutto era “tesserato”; si facevano lunghe code per avere pochi grammi di carne, pane o pasta staccando i famosi bollini della “ tessera annonaria”.

Quel giorno aspettai con ansia  mio Padre. Solitamente tornava a tarda sera dalla “Glisenti”, con la faccia ancora annerita dalla polvere della fonderia; Mentre si stava lavando nella bacinella smaltata posta sul treppiede di ferro, presi a fargli domande su quel baule e sul suo contenuto.  <Lasciami cenare, dopo ne  parliamo> mi disse. Trascorsi quella sera ascoltandolo con la massima attenzione. Quelle strisce di panno grigio-verde erano le “fasce” usate dai soldati per riparare dal freddo le gambe e quei misteriosi oggetti di ferro con tante punte, erano i “ramponi” da applicare sotto gli scarponi per salire sui ghiacciai.

Poi, scorrendo le varie foto contenute nella busta, mi parlò del suo sevizio militare, delle montagne salite con il suo reparto, dei primi tentativi di discesa con gli sci,( allora enormemente lunghi e pesanti), dei profondi crepacci esistenti nei ghiacciai,del modo di arrampicare sulle rocce e degli attrezzi necessari, quali corde, piccozze e ramponi.

Da quella sera, un pensiero fisso è nato nella mia mente. Anch’io sarei salito su quelle montagne e su quei ghiacciai non appena l’età e i mezzi me lo avrebbero consentito.

Purtroppo, le difficoltà economiche del dopoguerra rimandarono di alcuni anni la realizzazione di quei desideri di gioventù… .

Durante le vacanze, negli anni di frequentazione delle Scuole Superori, cominciai a salire, con la  bici e lo zaino in spalla, fino a Pezzoro, Bovegno e Collio e  per la prima volta iniziai a  percorrere i sentieri delle montagne più caratteristiche e importanti della Valle Trompia.

Le cime del Guglielmo, Corna Blacca, Dosso Alto, Muffetto, pur nella loro esigua altezza, offrivano un panorama  stupendo che mi  riempiva di gioia e di ammirazione.

Lo sguardo spaziava a 360 gradi dal Lago d’ Iseo, alla nera sagoma del Blumone e all’ orizzonte alle cime, perennemente innevate, dell’Adamello. Si scorgeva il lago di Garda a sud-est con le sovrastanti e inconfondibili gobbe del Monte Baldo. Nelle giornate particolarmente limpide,specie dopo il temporale, verso ovest, sulla linea dell’orizzonte si notavano le bianche vette del Bernina e del Monte Rosa…

Finalmente nell’Agosto del 1951, finito l’ultimo anno della Scuola Superiore, il sogno cullato per tanto tempo si sarebbe avverato. Con due amici, dei quali uno disponeva di un vecchia 600, risaliamo la Valle Camonica fino a Temù. Imboccata la carreggiabile della Valle dell’Avio, ci avviamo verso Malga Caldea. Purtroppo, alla prima ripida salita, la nostra scassata 600 non c‘è la fa e  parcheggiatala a margine strada riprendiamo a salire con il famoso “ Cavallo di S. Francesco” …

Lo zaino è pesante, oltre a pane, salame e formaggio, vi sono corda, ramponi, piccozza  ( l’imbrago e i moschettoni allora non esistevano ).

Giunti a Malga Caldea, dopo lunga e ripida salita, raggiungiamo i laghi dell’Avio e quindi il lago Benedetto. In questo tratto sul piano della mulattiera notiamo piccoli binari. (Il Custode del Rifugio ci dirà che, durante la guerra,  servivano per trasportare, con appositi carrelli, materiali, viveri e munizioni necessari per i reparti in armi che lassù combattevano. Dopo aver costeggiato i tre laghi ,  attraversate alcune anguste gallerie, giungiamo ai piedi di una bastionata rocciosa. Con vari tornanti la mulattiera supera questo dirupo e svoltando a nord, entriamo nella valle di Venerocolo.

Dopo un’ ultimo ripido tratto, stanchi e affamati, raggiungiamo finalmente il Rifugio Garibaldi a 2553 m di quota. Questo, già caserma militare, è posto in una conca di incomparabile e selvaggia bellezza. Le cime circostanti si specchiano nel vicino lago Venerocolo, rendendo il paesaggio ancora più suggestivo. La grande parete nord dell’Adamello incombe minacciosa con la sua enorme altezza sul nevaio posto ai suoi piedi. I suoi grandi diedri di granito illuminati dal sole e i canaloni e anfratti innevati, nereggianti nell’ombra, creano un fantastico gioco di chiaro-scuro…

La visione, per la prima volta, di montagne così maestose, mi incutono nelle stesso tempo un senso di timore e di gioia. Finalmente il mio desidero di poter conoscere e salire una “vera” montagna è quasi esaudito.

Posati gli zaini, visitiamo la piccola chiesetta costruita con blocchi di granito dagli Alpini durante la  prima guerra mondiale. In questo  piccolo, ma significativo, edificio veniva dato l’ estremo saluto cristiano e con il “presenta arm” e lo struggente “silenzio d’ordinanza” suonato con la tromba veniva reso il dovuto Onore ai Caduti.

Un dipinto, sulla parete dietro l’Altare, riproduce una di queste tristi cerimonie e mentre, nella penombra silenziosa, lo guardo, sento un groppo alla gola per la commozione…

Finita questa visita, entriamo nel rifugio, accolti con cordialità dal gestore che, gentilmente, in attesa della cena, ci invita a visitare il piccolo museo nel quale sono conservati, con cura religiosa, tanti significativi reperti di guerra rinvenuti sui ghiacciai e sulle cime circostanti, in particolare sul Crozzon di Folgorida, sul Crozzon di Lares e sul Corno di Cavento, nonché sui ghiacciai del Mandrone, della Lobbia e del Lares. .

Nel rifugio siamo solo noi e  pochi altri alpinisti. Consumata la cena a base di un buon minestrone e spezzatino con funghi, ci attardiamo a conversare con il custode.

Il discorso cade ovviamente su queste montagne e sui tanti combattimenti che vi si svolsero; particolarmente sul Corno di Cavento, conquistato, perso e riconquistato a prezzo di immani sacrifici e di tante vite di giovani alpini immolate.

Il gelo, la fame, le valanghe, le cannonate e i “ta-pum” dei cecchini austriaci, ci spiega, hanno lasciato segni indelebili su queste cime e su questi ghiacciai, nonché sul corpo e lo spirito dei partecipanti di entrambi gli schieramenti..

La visita alla chiesetta, al museo ed in particolare i racconti sentiti quella sera, hanno destato in me  il desiderio di poter conoscere più a fondo, quegli eventi e quei luoghi.

In seguito, altre numerose e importanti notizie  le raccolsi dai racconti dei mie cinque Zii, che per tre lunghi anni furono sui vari fronti e dai quali tutti fortunatamente tornarono.

Riprendo,dopo questa parentesi, il racconto dalla nostra escursione. Dopo un dormiveglia in una branda di ferro, probabile reperto bellico, il custode ci sveglia quando raggi della luna rischiarano le cime rendendo il paesaggio più fantastico e misterioso. Facciamo colazione con caffelatte, burro e marmellata. Mentre il gestore ci fa le ultime raccomandazioni, ci incamminiamo, zaino in spalla e con un freddo pungente, verso il Passo Brizio che già si intravede verso mattina.

Raggiunto su neve dura questo intaglio nella cresta rocciosa, posto a 3149 m, appare, come un mare di nebbia, la immensa e candida distesa del ghiacciaio del Mandrone  illuminato dai primi raggi di sole. Sullo sfondo, sul  fianco della Lobbia Alta, si intravede la sagoma del Rifugio “ Ai Caduti dell’ Adamello”.

Sempre in cordata e dirigendo i nostri passi verso sud, su buona neve consistente, dove i ramponi fanno presa e danno sicurezza, raggiungiamo il Corno Bianco, quindi il Monte Falcone e poi proseguiamo senza difficoltà fino alla base delle cosiddette “roccette”. Questa parete, anche se di notevole pendenza, essendo bene innevata, ci consente di raggiungere, con relativa sicurezza, la vetta dell’Adamello. Una lunga e vigorosa stretta di mani e un forte abbraccio sono il coronamento della nostra prima impresa alla quota di 3539 m.

Come prima salita non è male, solo l’ultimo tratto delle “roccette” ha richiesto impegno ed attenzione anche per supplire alla poca esperienza nell’uso di ramponi e piccozza.

E’ superfluo dire che il nostro entusiasmo è grande. La fatica è largamente ricompensata dalla maestosa bellezza delle cime circostanti e dall’ intenso azzurro della volta celeste.

Nel fondo valle fanno capolino i laghi dell’Avio, già visti durante la salita. Il gioco dei raggi del sole sulla loro superficie li rendono a volte argentei e a volte nereggianti.

Da allora, la montagna mi ha sempre più affascinato, come pure gli episodi di quella dura guerra,   hanno destato in me un grande desiderio di conoscenza e di approfondimento.

Qualche anno dopo, precisamente nel 1963 , anche con la mia collaborazione,venne istituita la Sottosezione del Club Alpino Italiano di Villa Carcina. Le gite sociali effettuate nel corso di tanti anni mi hanno consentito di raggiungere moltr cime, delle quali diverse furono teatro della famosa “guerra bianca”.

Allora, pochi disponevano di un’auto, per cui il trasferimento per il luogo delle gite veniva effettuato con il “Pullman”. Ciò consentiva la grande partecipazione dei Soci. Durante il viaggio si discuteva, si cantava, si raccontavano barzellette. Nascevano tante amicizie e il viaggio, specie al ritorno, avveniva in grande allegria, per la cima conquistata e per i canti che mai mancavano.

Oggetto della discussione solitamente erano le montagne già salite o da salire.

Ognuno cercava di dare risalto alla escursione più impegnativa effettuata, alla cima più alta raggiunta.

In una di queste gite ebbi modo di conoscere e fare amicizia con Bruno, anch’esso con le stesse  mie passioni.

Insieme, e alcune volte anche con  sua moglie Bianca, abbiamo salito diverse di quelle cime, teatro della guerra, quali Lo Stelvio, il gruppo Ortles- Cevedale, Zebrù, S. Matteo,Vioz, Montozzo, Tonale, Presena , Castellaccio, Lagoscuro, Pajer, Lobbie, Cresta Croce, Cavento, Carè Alto. Pasubio, Ortigara, Cristallo, M.te Piana, Lavaredo, Paterno, Cristallo, Croda Rossa, ecc, il Carso e giù fino alle cime tristemente famose che fanno corona alla Valle dell’ Isonzo e a Caporetto. L’elencazione è lunga, ma il fronte si estendeva per oltre 300 Km,dallo Stelvio fino al mare Adriatico.. .

Su queste montagne, dove ancora esistono trincee, caverne  e innumerevoli crateri dei colpi di cannone, è viva la testimonianza dei sacrifici e dei dolori sofferti.

I numerosi cimiteri militari, eretti in quei luoghi dalla pietà umana  alla fine di quella immane tragedia, sono la prova delle seicentomila vite sacrificate dei nostri padri..

Mi scuso per essermi lasciato prendere la mano nell’esporre quanto sopra, ma ciò è dovuto alla grande passione che mi ha portato a visitare quei luoghi e a conoscerne i tragici eventi. Probabilmente tutto questo è stato incentivato dall’aver provato di persona, anche se non direttamente al fronte, i disagi e le privazioni dell’ ultima grande guerra.

Bisogna riconoscere che questi avvenimenti, pur nella loro dura realtà, hanno portato la libertà e la democrazia nella nostra cara Italia. Purtroppo, sarà mia impressione, ma il significato di questi sacrifici non viene trasmesso adeguatamente alle nuove generazioni. Tra pochi anni, nessuno più conoscerà  il messaggio che proviene da alcune date e da alcuni nomi, come 24 maggio 1915, 4 novembre 1918 , Caporetto,  Piave, Isonzo, come pure 10 giugno 1940, 8 settembre 1943 e 25 aprile 1945. La partecipazione all’unica cerimonia del 4 novembre, che li ricorda, è sempre più esigua e meno sentita. Più nessuno di quegli eroi è in vita; anche l’ultimo “Ragazzo del 99” è in cielo.

La storia di questi importanti eventi dovrebbe essere parte integrante dei programmi di studio di ogni scuola,  affinché i giovani possano ricordare e trasmettere ai propri figli quanto è costata la libertà  di cui oggi possono godere.

Per terminare voglio sottolineare che il CAI, con la mia cinquantennale e attiva appartenenza,oltre ad aver favorito il raggiungimento delle mie aspirazioni, è stato la mia seconda famiglia, dove, negli incontri settimanali in sede e nelle tante escursioni, ho trovato amicizia vera , stima e comprensione.  Tutto ciò mi è stato di grande aiuto per superare le prove che in questi ultimi anni hanno segnato la mia vita.

Perciò un doveroso e sincero grazie a tutti i Soci del CAI, in particolare all’amico, ex Reggente e Presidente, Francesco Casu, e all’attuale Presidente Stefano Uberti. Pure un doveroso e  commosso pensiero per ricordare i  SOCI, già miei compagni su tante cime, ma che purtroppo hanno già raggiunto  la “VETTA”.

Cordialmente

 

Tomaso “Beppe” Muscio

 

febbraio 25, 2013 | News | 0

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